Dario Fociani

Di una donna chiamata fiducia sono rimaste soltanto le ossa

Barattoli di marmellata
esplosi
in cucina,
una prima mattina
e
tanti calzini spaiati
nella stanza,
belli i tempi quando
ne portavo dello stesso colore
e mia madre mi tagliava
i capelli.
Ora la forbice è nelle mie mani
e mi guarda
ed è un'arma
e accusa,
autocritica, una volta feroce,
ora umilia.
"Dove l'hai nascosto?"
La disperazione di un uomo.
"Dove è chi ero?"
Io ero lui,
ora non sono,
non sono ora?
Eppure eccomi.
Eppure ecco.
E ancora: "dove l'hai nascosto?"
La disperazione di un uomo
che si è perso nel personaggio
di un non più se stesso,
si è perso nell'idealizzazione 
di qualcosa di diverso,
(colui che credeva di voler essere)
e tanto è cambiato da non ritrovare più
la sua camera da letto.

(e un ricordo, lei gli veniva vicino,
troppo vicino, vicino all'orecchio
e una voce, sottovoce, tanto sottovoce
da apparire lontana: tutti hanno una poesia
da gridare, e ogni poesia è una richiesta
di aiuto. Una richiesta di aiuto)

Un attore tanto bravo da perdere
le chiavi del suo ego. Può essere tanto bravo?
Rimane incastrato. Stretto.
Sotto un tetto di calotta cranica che
appare sempre lo stesso. 
Eppure diverso.
E allora il verso.
Canotta cronica e svogliato il sesso.
Vorrebbe ritrovarsi ma non ritrova mai
il tempo perso, tempo sempre perso, 

e una voce:

il tempo è perso

il tempo ha perso

esploso dentro barattoli di marmellata

rimasto infilzato da forbici arrotondate

chiuso nel pentagramma di una ballata



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