Dario Fociani
Lettera dal cornicione
Io credo non si possa
vivere di poesia
ed è una pena,
quando mi sento in vena
vorrei essere pagato
per stare zitto,
almeno mi sarei salvato
dal duro lavorare
a cui l'andazzo base
m'ha preannunciato
di non voler rinunciare.
Schiafferò un preventivo
fra gli spazi vuoti
di una calibro ventotto
dalla biro blu
e dal cappuccio rotto
con cui tuttora faccio
un colabrodo del mio cervello.
E non resterà niente
del mio scolare pensieri
giù con la penna
filtrati poi dai vostri modelli
taglia trentotto
preconfezionati
scrittore duemila,
fotografo malato:
dammi aulico, dammi ricercato,
dammi comprensione
per ciò che tuttavia
non ho ben capito,
dammi ispirazione,
dammi api
e
dammi miele da lanciare,
dammi scrivere,
dammi inutile,
inane passare,
dammi dio e fammici parlare:
so che siamo business,
e lui è l'implicato imprenditore
(che affare,
promettere un futuro
per spronare,
ricordare un passato
da cambiare e
cancellare velocemente il presente
per monetizzare)
so che ben conosce ogni dirigente
e per evitare lamentele
(nido d'ogni guaio)
non chiede mai a riguardo
d'ogni suo operaio,
auriga del nostro sbaglio,
nel suo operare autarchico
il poeta
è manovale anarchico?
Ma cosa te lo dico a fare...
Io so
di essere a malapena;
ma la pena di essere
ve la farei pagare,
alla tredicesima
se sborsasse doppio,
vi farei vedere l'estratto
conto di un borghese tonto
che non tanto per proverbiali
abilità o per inalienabile intento
cerca di mestierarsi scribacchio
ma più per, cacchio, evitare
di lavorare.
Oh, non mi sento in vena,
sarà eroina?
So di esistere appena;
la mia condizione ufficiale è non essere,
perché la maggioranza vince sempre
e il tempo a maggioranza
m'ha spiegato che in effetti
per lo più dell'Essere io non sono stato,
non che sia un reato ma
il sentimento è condannato.
Per cui mi sono buttato
dalla finestra della nicchia,
e siamo pochi, lì schiacciati a terra
dall'arroganza di questa maggioranza
che ci spinge a un iniquo suicidio.
-
Però voliamo.
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