Dario Fociani
senza nome (né motivo)
Nella profilassi di me stesso
facilmente stento,
scrivo su un bigliettino ripiegato
un segreto
che cedo alle fiamme
e dopo al vento.
Il vanto del fiammifero
lo strazia in questa posizione strana,
una gobba poco seria,
la mia faccia comica
guarda le mie parole
amalgamarsi all'aria.
Nella flessione del feticcio
della mia non fiducia
mi rivedo,
pietà raglia la mia bocca
allo zolfo boia del mio ego,
prego:
"Che cosa manca?"
Dio nei suoi attimi di lucidità mi chiede.
È pazzo, ma a qualcosa ancora crede.
"L'esperienza" risponde
"della mia bipolarità nascosta,
celata sotto la non sofferenza
dell'onnisciente giovinezza,
non si può cagare prima d'aver mangiato
almeno che non sia diarrea,
agli atti: merda priva d'ogni contenuto."
Il nostro è sudore a godere
d'arricciamento d'occhi,
d'arricchimento di barbe blu
ancora troppo corte,
ancora troppo incolte,
Dio è pazzo, d'altronde,
un disturbo istrionico della personalità
lo costringe a eiaculare dalla bocca solide realtà
incredibile.
"La poesia è il tuo Everest"
ma ogni parola è un picchetto,
ben saldato,
per fuggire dal patibolo delle risa
la corda deve essere recisa.
"Oh mia musa
si arriva in cima o si cade,
il punto d'equilibrio
è fra il firmamento e la valle,
cercando con il mio lamento
di fare sospirare le stelle".
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