Dario Fociani

Sticazzi

Chiamalo destino,

chiamalo maledetto binario,

chiamalo fisico assegnato, 

colore dei capelli, degli occhi, muscolatura,

massa corporea, grasso e consumo calorico standard,

chiamala sventura,

chiamala fortuna,

chiamala rincorsa dei propri ideali

o cinismo disperato legato alla visione

lucida della realtà nella quale ci troviamo, ci anneghiamo.

Nero nel marmo dell’universo,

dio (o Dio?)

non ascolta nessun lamento,

l’equilibrio è un affare con te stesso,

abbandonato dal capitalismo a rincorrere soldi e sesso,

mentre realizzi che qualsiasi altro sistema non ha funzionato.

Pure peggio!

Poveraccio.

Chiamala disgrazia,

chiamala sfortuna,

chiamala gioia nelle giornate di luna piena,

dove lei ti abbraccia e sembra quasi di intravedere l'infinito,

le sue labbra si avvicinano e in quel momento

ringrazi di aver avuto concessione d'esistenza,

poi pensa, tu pensa, poi passa, nella sofferenza lanci un barrito di dolore,

un grido che credi eterno,

poi passano mille anni e il tuo nome non è più nemmeno nell'aria,

le ambizioni, i sogni, gli ideali, il capriccio, l'angoscia, tutto lo sforzo e tutta la paura, 

nemmeno cento metri sotto terra.

Sticazzi. A noi non importa, viviamo come fossimo

legati a ogni stella, come se vita fosse imperitura,

siamo fiori e ci importa solo della fioritura

e la ricerca passionale dell’amore supremo

(non c’è cosa più pericolosa e più fruttuosa)

è la nostra rosa scabiosa.

 

 



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