Dario Fociani
Tuffo dal palco
Conficcato sulla riva
l'elleppì
preferito dal mare
(solo un frisbee tra l'altro),
cominciai a suonare:
trentatré giri con permesso,
le lacrime agli occhi
(spuma marina fra l'altro)
imitando con le dita
un empio giro di basso
(difficile da notare,
ma scrupolo è del buon osservatore),
levarono le onde
e
baciai il fondale:
mi son lanciato:
mi son tuffato:
il deejay sulla folla
fa rima con follia
in questo mio annegare.
Il ricordo sbiadito
::: (io. non. spiego).
Mi salutavo al terzo minuto
della melodia,
fra un laido (sto soffocando) solfeggio
e l'ultimo giro di basso,
specchiandomi su d'una conchiglia
presa dal registrare,
rimandando in streaming interiore
un vecchio concerto
(aria manca l'aria)
provai ad avvicinare l'orecchio,
(megafono del mio animo)
e al contrario del suo solito utilizzo
(solitamente esterno verso interno)
allungai all'empireo il braccio destro
preso dallo smarrimento,
col sinistro chiusi gli unici occhi
che stavano morendo in quel momento,
i miei:
(non ce la faccio)
tentai l'armonia d'un suicidio
(un classico direbbe Calvino)
a seguito
del suicidio della mia armonia.
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