Dario Fociani

Un circo

Quando il circo esplose la polizia disse che fu per colpa del nitrato, della cattiva manutenzione dei cannoni.

Il vento trascinò tracce di locandine, resti umani e denti di elefante fino al mare, che, giuro, era distante, molto distante da quel circo.

Il sistema funzionava da secoli, sempre nella stessa maniera, c'era un manifesto all'entrata con le regole scritte a matita, nessuno aveva mai pensato di cancellare o modificare nulla:

"Domatori e circensi organizzano le questioni, gli spettacoli, eventualmente nuovi trucchi, eventualmente nuove regole.

Gli spettatori in cerca di spettacolo, non hanno voglia né bisogno di pensare, devono solamente pagare, assistere ed eventualmente ringraziare (ma non è obbligatorio).

Gli animali addomesticati devono obbedire, non avendo loro nenneno idea delle categorie biologiche che li contraddistinguono, incapaci di scorgere differenze fra sé stessi, un ghepardo e una foca, non possono fare altro che eseguire.

Chi nasce figlio di circense sarà un circense, chi nasce figlio di spettatore sarà spettatore, chi nasce figlio di animale sarà un animale. Nessuna eccezione ammessa."

Quando il circo esplose, sparsi nel raggio di dieci chilometri trovarono denti, sangue e noia.

Gli spettatori furono i più colpiti, sebbene fossero anche gli unici sopravvissuti, come sarebbero andati avanti, in una vita intera e mortale, senza nulla da fare, da guardare, di cui parlare?

Nuovi domatori e nuovi gestori ci mettono anni a sviluppare le loro caratteristiche caratteriali e gli animali, così inconsapevoli, impossibili da ritrovare. 

Il circo era lì da millenni.

I cannoni andavano sicuramente controllati meglio, ma fino all'esplosione nessuno aveva mai pensato sarebbe successo tutto questo veramente. Erano esplosi dei circhi lontani, c'erano voci, ma erano altri, sicuramente meno attenti, sicuramente lontani, sicuramente meno intelligenti.

Poi

qualche settimana dopo gli spettatori trovarono un pretesto per protestare, contro la noia sistemica, scoppiò una rissa, in quattro si picchiarono, poi divennero sei, poi otto, poi due tipi di periferia ammazzarono uno che viveva in Piazza.

Il circo aveva bisogno di tempo per tornare a funzionare, tempo che le persone non avevano.

Trentatrè mesi dopo ci furono così tanti morti che i pochi rimasti vivi nemmeno ricordavano più la figura di un cavallo, nemmeno la parvenza di una criniera, nemmeno l'idea astratta di un nitrito.

Solo un vecchio, che aveva perso tutti e aspettava quasi serenamente il suo momento, canticchiava la mattina presto una canzone, quando nessuno sentiva, un ritornello classico che suonavano sempre lì al circo, quando il domatore metteva la testa dentro la bocca di un leone. Faceva tattaratarata, tattarata. Più o meno.

Chi l'avrebbe mai detto, oggi, che quello che sembrava un gesto tanto azzardato, sarebbe stato ricordato nella mente di un vecchio come un momento così felice, così sicuro e così tranquillo.



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