Giulio Malcangi

Kolkata

Invelenita,
di rancori e pozioni,
Lynn,
figlia di un Dio,
dorme,
rapita da Djalimar,
fedele alla sua cella,
informe,
sul Picco dei Demoni.

Djalimar, drago,
mostro!
Fauci splendenti,
e residui umani,
incrostano
i suoi denti.
Odori di vite passate
si mischiano
ai suoi aliti fetenti,
digerite,
ma non troppo.

Il consiglio degli Dei
riunitosi
alla Valle Res Rei,
inoltrò il divino progetto
alla forgia umana,
Sei,
adepti plasmarono l'Eroe.
Nella distrazione,
nacque un guerriero.

Orecchie troppo appuntite,
muscoli deboli,
sangue insipido,
strabico,
dislessico,
afasico,
inetto.
"Sei un errore"
accondiscero tutti.

Ma Kolkata partì,
armandosi d'amore
e di daga,
e s'incamminò,
orgoglioso
dove la pioggia annega,
dove la neve ghiaccia,
e dove i ricordi
quelli più dolorosi,
gli rigano come cicatrici,
inesorabilmente,
la faccia.

La bisaccia dei propri mali
grava sulla schiena,
Mentre quella dei mali altrui,
pende,
in bella vista,
davanti ai suoi occhi.
Come ricorda la pergamena,
si dimena per darle un'occhiata: 

"Peras imposuit Iuppiter nobis duas:
propriis repletam vitiis post tergum dedit,
alienis ante pectus suspendit gravem.
Hac re videre nostra mala non possumus;
alii simul delinquunt, censores sumus"

E' pronto per combattere.
Onesto. 

Sul picco dei demoni,
Djalimar,
il drago,
il mostro dei mostri,
che ogni volta
si materializza,
rantola l'ultimo respiro,
schiuma sangue
color salmone,

Muore!
Sotto i fendenti
di Kolkata
e della sua daga
fidata.

L'incantesimo è rotto.

Lynn si sveglia,
confusa,
strabbuzza gli occhi
dinanzi alla realtà
astrusa.
Sorride
"Sei tu il mio eroe?"
timida.
"Sono il tuo salvatore"
precisa Kolkata.

Ma la salvezza
prescinde dalla realtà
e non erano Demoni
i veri mostri
e la sua vera prigione.
"Non è questa
la mia verità,
non è questa la mia
salvezza!"

Quell'errore di nascita
trasposto
sugli occhi di Kolkata,
intrisa e lucente
delusione
incisa sulla sua vita,
per sempre.

"Quello che è a noi
importante"
precisa "Non è detto
lo sia anche agli altri"
concisa
abbozza un sorriso,
che poi
strozza
d'imbarazzo maldestro.

Kolkata si gira,
di spalle piange
e decide di scendere
dal Picco,
volando,
anche se
a volare non riuscirà mai.

Ultimo sogno,
subito incubo,
infranto
come un monumento ai posteri
ai piedi di quella montagna.

Non ci fu pianto
per un errore di distrazione.



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